"SARDEGNA E DINTORNI"

Scultore del 2000

Per andare a trovare lo scultore Pier Francesco Mele bisogna imboccare la stradina che, partendo dal monumento dei caduti e passando sotto la circumvallazione, si inoltra verso la campagna in mezzo ad orti e vigne fino a "Su Calàvriche", ultima propaggine della periferia ovest di Dorgali.
Superate alcune casuali costruzioni nuove, si arriva nel suo studio-laboratorio. Il pesaggio che si spalanca davanti agli da questo punto è stupefacente. Boschi di querce, frutteti, uliveti e vigne a perdita d’occhio in un degradare dolce e mosso verso il fiume; tutto intorno, bianco e luminoso, il Supramonte di Dorgali.
In quelle mitiche montagne di calcare, come direbbe Octavio Paz: “ciò che non è pietra è luce” (lo che no es pietra es luz). Osservando questo spettacolo, quasi commovente nella sua bellezza, si capisce che potrebbe essere stato l’amore per queste “pietre” e per questa “luce” a riportare a casa il nostro giovane scultore. Mele ci accoglie con il sorriso fra il timido e lo sfrontato e ci invita ad entrare. Ha un fisico atletico e una certa aria da picaro, dovuta forse a quel tanto di ribaldo e di scanzonato lasciatogli in eredità dalla sua passata vita di marinaio. Prima di approdare a questo piccolo paradiso, infatti, ha navigato qualche anno lungo le coste degli Stati Uniti, del Messico, della Colombia, dell’Alaska, imbarcato su navi da crociera. La passione per la scultura e per la terra è esplosa prepotente, dopo questa parentesi esotica, insieme all’amore per la ricerca e all’ambizione di riuscire ad esprimere in modo originale la sua personalità di artista.
Ciò che più colpisce, osservando la sua produzione, è la straordinaria duttilità con cui egli passa, sempre con risultati eccellenti, dalla pietra al metallo, dal legno alla plastica, dalla creta al vetro. Viene spontaneo chiedersi come abbia potuto, un giovane artista come lui, praticamente autodidatta e nato in Sardegna, lontano, cioè, dai templi della cultura di New York, Parigi, Londra o Milano, maturare una sensibilità così raffinata e moderna. Il suo linguaggio è asciutto, essenziale, attualissimo.
Si capisce che Pier Francesco Mele, pur vivendo e lavorando nella sua isola, ha saputo tenersi sempre aggiornato, quanto a gusto e stile, senza tuttavia appiattirsi sulle mode del momento, o sugli sperimentalismi esasperati delle ultime avanguardie.

UNA GRANDE SENSIBILITA’

Questo presuppone una grande sensibilità e una personalità capace di autonomo orientamento. L’aver girato il mondo gli ha consentito, fin da giovane, di fare esperienze assai importanti per la sua formazione: per esempio l’incontro con la scultura messicana, con quella degli Incas , ma anche con quella di Henry Moore e di Hans Arp. In realtà - ci dice- egli non ha mai smesso di viaggiare, di studiare, di aver contatti con il mondo dell’arte. Il suo interesse è andato in modo particolare verso il Dadaismo, il Surrealismo, il Cubismo e, in minor misura, al Futurismo.

I MAESTRI

Fra i maestri che più ammira, oltre ai citati Moore e Arp, vi sono Ricasso, Brancusi, Nivola.
Bisogna dire- osserva- che lo stereotipo di una Sardegna senza tempo, tagliata fuori dal resto del mondo, non regge più: sono migliorate le comunicazioni, la gente viaggia in Italia e all’estero, tutti hanno il telefono cellulare, c’è Internet. Lui stesso ha appena aperto un sito Web. Nessun artista, al giorno d’oggi, si sente più isolato come in passato: le idee circolano “in tempo reale”, gli stimoli giungono da tutto il mondo. In una Sardegna ormai “contemporanea”- afferma- le enormi energie spirituali, finora compresse, avranno finalmente modo di liberarsi. Ci fa piacere pensare ad una simile prospettiva, tanto più considerando l’importanza che un artista può avere in una società in tumultuosa trasformazione come quella isolana. Se è vero, infatti, che l’arte, in sé per sé, non ha alcuna finalità, è anche vero che ogni vero artista apre nuove strade, inventa nuovi linguaggi, schiude nuove prospettive alla fantasia e all’immaginazione, scopre sintesi originali in mezzo alle disarmonie della realtà; riesce soprattutto a disseppellire le “immagini primordiali” che covano dentro l’anima di ogni uomo e a tradurle in autentico, “vivo” linguaggio “contemporaneo”. Di conseguenza, anche senza averne piena coscienza, egli aiuta gli altri a trovare un orientamento, a compensare imperfezioni, unilateralità e parzialità, a riscoprire le fonti più profonde della vita: in altre parole, a favorire un vero e proprio processo di autoregolazione spirituale. Così facendo, innalza a destino dell’umanità il proprio destino individuale.
Un tempo- dice Mele- gli scultori, ligi al principio che “l’arte copia la natura”, cercavano di ritrarre quella che essi credevano che fosse la natura, cioè la realtà esteriore : quella apparente, per intendersi, fornita dai sensi.
Ma al giorno d’oggi, anche uno scultore sa, o quanto meno intuisce, che il mondo di prima, quello concreto della superficie e della superficie immutabile, non esiste più. Al suo posto ne intravede confusamente un altro: nascosto, discontinuo, paradossale.

UN ALTRO MONDO

Crediamo di capire che egli alluda al cambiamento del concetto di “realtà fisica” e di “realtà psichica” provocato dalle scoperte della “fisica atomica”, da un lato, e da quelle della “psicologia del profondo”, dall’altro. A causa di questa vera e propria rivoluzione culturale, il compito di un artista di oggi è diventato assai difficile: in qualche modo gli si chiede di “rappresentare l’irrapresentabile”, cioè l’enigma che si cela dentro l’ambiguità della materia e della psiche. Anche lui sa, sia pur in modo approssimativo, che la materia si può trasformare in energia e viceversa; che la luce è un fenomeno corpuscolare e ondulatorio; che nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande la relazione di causa ed effetto cambia; che lo spazio e il tempo lasciano il posto ad una struttura indivisibile come lo spazio-tempo: che la realtà, insomma, è “relativa” e “indeterminata”, che il soggetto può influenzare l’immagine dell’oggetto, e così via. Ma sa anche che esiste l’inconscio e che esso è ancora più misterioso e sfuggente della materia. Tutto ciò, osserva Mele, ha messo in crisi lo scultore contemporaneo. In che modo è possibile, si chiede, rappresentare qualcosa che si situa al di là dell’apparenza della realtà esteriore? In che modo, soprattutto, è possibile, dare un’immagine del fondo oscuro dell’essere?
Non certo con l’ausilio del linguaggio delle arti plastiche di un tempo- quello, per intendersi, della statuaria tradizionale, del corpo umano, dei visi, dei busti e così via, - del tutto inadeguato, quando si tratti di “dare forma” al mistero di un mondo “esterno” e di un mondo “interno” che appaiono confusi nella vertigine di un oscuro “continuum” spazio-temporale. Di qui la necessità di elaborare un codice espressivo diverso, più nuovo, più duttile e complesso. Di qui, anche per Mele, l’impegno in una continua, appassionante, quasi maniacale ricerca.
Mentre parliamo, osserviamo le sculture sparse un po’ alla rinfusa nel laboratorio. La luce dolcissima che entra dalla vigna le anima, le rende vive, facendole danzare nello spazio, irreali e leggere, come pure forme della fantasia. Esse raccontano le storie segrete del nostro giovane scultore, le sue ossessioni, i suoi sogni, i suoi miti.

E’ UN LESSICO NUOVO

E’ un lessico nuovo e originale, che smuove però emozioni antiche.
Pier Francesco Mele, queste emozioni, le sente ed è ad esse che cerca di dare una forma palpitante e attuale, facendo emergere dall’oscuro fondo archetipico della sua terra immagini cariche di senso nascosto.
Fuori, il cielo comincia a cambiare colore; il rosa di prima, man mano che si avvicina il tramonto, si sta trasformando in un rosso cupo che stinge nell’amaranto. E’ una luce quasi musicale, quella di questo angolo di Sardegna, che rende struggenti le prime ombre viola delle delle campagne circostanti: Su Eranile, Tholòi, Istìporo, Filiéri, Ispòrtana, Ala Turpa.

Raffaele Piroddi
“Sardegna e dintorni” n°16 del settembre 2001

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